Hiv e Aids, mozione Di Vita alla Camera per finanziare il piano nazionale

Finanziare il piano nazionale contro HIV e AIDS

Il focus principale dell’odierna lotta all’AIDS è il cosiddetto fenomeno del “sommerso”, rappresentato sia da chi non ha consapevolezza di avere contratto il virus, sia dal numero italiani che, pur consapevoli della loro condizione di salute, non entrano nei percorsi di cura o li interrompono. 1. Riguardo il primo caso, secondo le stime effettuate, potrebbero esserci anche 40-50mila persone che ancora oggi non sanno di avere l’Hiv. Questo è il nodo molto grave: non sanno di avere l’Hiv e quindi non adottano comportamenti protetti”. 2. Riguardo il secondo caso, le persone sieropositive di cui si perdono le tracce sono composte da chi si trasferisce, chi ha problemi a seguire il trattamento perché magari ha difficoltà legate agli effetti del trattamento, oppure difficoltà ad accettare la condizione di positività all’Hiv.

Pubblicato da Giulia Di Vita su lunedì 3 aprile 2017

Grazie presidente,

la mozione che ho presentato era già stata depositata all’inizio della legislatura, in attesa di essere inserita all’ordine del giorno; sono passati infatti quasi 4 anni e lo scenario complessivo odierno purtroppo  non è cambiato di molto rispetto ad allora, infatti proprio per questo ritengo che un tema del genere meritasse prioritariamente maggior sensibilità e attenzione da parte delle Istituzioni.

Ma comunque, meglio tardi che mai!

Non voglio dilungarmi in questa sede riportando dei dati già ampiamente illustrati ed evidenziati nel testo della mozione, mi limito solo a evidenziare gli aspetti più salienti e che toccano la vita concreta delle persone.

In particolare, non ci stancheremo mai di ricordare che, a differenza di quanto si possa credere ovvero che l’Aids sia una malattia ormai superata, nel Novembre 2016 appena trascorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un alert nei confronti della regione europea (che comprende anche Russia e le repubbliche ex sovietiche) denunciando che nel territorio di competenza l’Hiv risulta ancora oggi fuori controllo. Infatti per la prima volta, la regione presa ad esame, ha superato i due milioni di sieropositivi, con un aumento del 7% rispetto all’anno precedente e con l’80% dei nuovi casi che si concentra a est.

Per l’Italia, comunque, dagli ultimi dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità, emerge che, nel 2015, sono state segnalate 3.444 nuove diagnosi di infezione da Hiv (il valore più basso dal 2009), pari a 5,7 nuovi casi per 100.000 residenti. Questa incidenza pone l’Italia al tredicesimo posto tra le nazioni dell’Unione Europea. Le regioni con l’incidenza più alta sono state il Lazio, la Lombardia, la Liguria e l’Emilia-Romagna.

Il nostro paese fa segnare dunque un lieve calo nel dato complessivo relativo alle nuove diagnosi Hiv, ma ciò non è sufficiente.

Come spesso accade in tema di salvaguardia della salute e accesso alle cure si registra la solita disomogeneità di trattamento da regione a regione.

Infatti, riferendomi ad esempio alla fattispecie siciliana, proprio nel 2015 è possibile osservare il secondo valore maggiormente elevato di nuove diagnosi dal 2009 (223, dato in calo rispetto alle 233 del 2014), valore che rappresenta ben il 6,9% delle diagnosi segnalate a livello nazionale.


Addirittura Palermo rientra tra le prime quattordici province in cui è maggiore la segnalazione di nuove diagnosi di diffusione dell’infezione: per la precisione, il Capoluogo si colloca al sesto posto con 104 segnalazioni (quasi il 47% delle segnalazioni provenienti dall’intera Sicilia), pari a un’incidenza di 8,2 nuovi casi di infezione ogni 100.000 residenti.


Particolarmente interessante è l’osservazione della differenza tra il numero dei casi residenti e quello dei casi segnalati. Infatti, tale discrepanza fornisce informazioni utili sulla mobilità degli individui e sull’offerta assistenziale di alcune regioni. Le regioni che hanno un numero di casi residenti maggiore rispetto ai casi segnalati (Piemonte, Valle D’Aosta, Provincia autonoma di Trento, Veneto, Marche, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna) hanno “esportato” casi in termini assistenziali; viceversa, quelle con più casi segnalati rispetto ai casi residenti (Liguria, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo) ne hanno “importati” da altre regioni.


Dunque, ancora una volta la sanità siciliana, come in altre regioni per la maggior parte del Sud, risulta inefficiente e spinge i propri malati a cercare altrove le necessarie cure. Infatti, è proprio nella mia regione che si rileva il più elevato gap tra numero di malati residenti e malati segnalati: in particolare, rispetto ai 238 casi di infezioni di Hiv, sono 223 i malati curati nella stessa Sicilia (con una quota pari a 15 pazienti costretti a curarsi altrove).

D’altra parte, troviamo le regioni virtuose che si sono sempre distinte per mobilità attiva e che confermano tale trend accogliendo più pazienti affetti da Hiv di quanti siano effettivamente residenti sul territorio: in particolar modo, spicca la Lombardia con 829 pazienti curati contro i 794 residenti sul territorio (con un saldo positivo per la regione pari a 35) e l’Emilia Romagna con 322 pazienti curati e 794 residenti (con un saldo positivo stavolta pari a 35 pazienti.

Questa la sintesi del quadro generale, passiamo ora alle azioni concrete da mettere in campo.

Il focus principale dell’odierna lotta all’AIDS è il cosiddetto fenomeno del “sommerso”, rappresentato sia da chi non ha consapevolezza di avere contratto il virus, sia dal numero di italiani che, pur consapevoli della loro condizione di salute, non entrano nei percorsi di cura o li interrompono. La stima riguardo questi ultimi casi è del 15% dei 120mila affetti dal virus: circa 18mila persone che volontariamente rifiutano di curarsi.

E in particolare, così come illustrato perfettamente dalla Lila, la Lega italiana per la lotta contro l’Aids:

  1. Riguardo il primo caso, secondo le stime effettuate, potrebbero esserci anche 40-50mila persone che ancora oggi non  sanno di avere l’Hiv. Questo è il nodo molto grave: non sanno di avere l’Hiv e quindi non adottano comportamenti protetti”. Per la Lega italiana per la lotta contro l’Aids, questi “inconsapevoli”  si raggiungono aumentando in modo deciso l’offerta del test, mantenendolo gratuito e anonimo, e portandolo fuori dai circuiti ospedalieri, come è scritto proprio nel piano nazionale di lotta all’hiv e aids appena emanato dal governo.
  2. Riguardo il secondo caso, le persone sieropositive di cui si perdono le tracce sono composte da chi si trasferisce, chi ha problemi a seguire il trattamento perché magari ha difficoltà legate agli effetti del trattamento, oppure difficoltà ad accettare la condizione di positività all’Hiv. In qualche caso, magari, non si sentono molto accolti. Per esempio in centri di cura in province e centri molto piccoli, talvolta le persone hanno difficoltà perché è ancora molto forte lo stigma, la paura che si sappia che si ha l’Hiv.

Mi preme a questo punto far presente che una recente indagine condotta da Doxa per il Cesvi, ha rilevato che in Italia sono soprattutto i giovani a sottovalutare i rischi della malattia: 1 su 3 pensa che esiste, ma è tenuta sotto controllo e non fa quasi più vittime, 1 giovane su 5 è a rischio, perché non ne ha sentito parlare a scuola e solo raramente sui media. Solo il 35 per cento dei ragazzi e ragazze in Italia, nonostante sappiano perfettamente che la via di trasmissione principale è quella sessuale, usa abitualmente il preservativo nelle proprie relazioni e solo il 29 per cento dichiara di aver fatto il test dell’HIV. Le giovani donne si espongono maggiormente al rischio, sentendosi protette da una relazione stabile.

I dati suddetti sono soprattutto la diretta conseguenza della mancanza di qualsiasi forma di educazione alla sessualità nelle scuole, ed in particolare del tabù che continua a limitare l’uso del preservativo.

Riteniamo invece che la scuola meriti di essere essere considerato il luogo privilegiato per attuare un metodo partecipativo, che consenta di raggiungere obiettivi comportamentali che siano determinanti nel prevenire e conservare la salute. Nelle scuole e nelle università si registra, di contro, la totale mancanza di distributori di preservativi; acquistarli risulta poi ancora troppo caro per un’ampia fascia di cittadini.

Il preservativo maschile e femminile, unico metodo per prevenire tutte le malattie a trasmissione sessuale ed insieme le gravidanze non desiderate, è un presidio sanitario: per tale ragione deve esserne garantita l’accessibilità a tutti.

Elencare i preservativi tra i farmaci prescrivibili, effettuare campagne nelle scuole e per il pubblico generalista, inserire l’educazione alla sessualità (utile anche contro la discriminazione di genere e per l’orientamento sessuale), sono la base minima per una politica seria per la salute della popolazione relativa alle malattie sessualmente trasmissibili.

Quanto al mondo lavorativo, poi, l’infezione da HIV non è tuttora considerata una normale patologia cronica appartenente alla categoria delle malattie sessualmente trasmissibili. Anche in questo campo, a causa della disinformazione e dei soliti luoghi comuni, questa malattia provoca un processo di stigmatizzazione e discriminazione: licenziamenti, trasferimenti e cambi di mansioni del tutto illegittimi e immotivati.

A tal proposito va opportunamente detto che davanti a noi si prospetta una buona opportunità per tramutare tali obiettivi in realtà concrete.

L’Italia, infatti, si è da pochissimo dotata di un Piano Nazionale di Interventi contro HIV e AIDS, valido per il triennio 2017-2019, da poco inviato dal ministero della Salute alle Regioni per essere esaminato in sede di Conferenza.

Tra i temi principali oggetto del piano quello dell’informazione, della prevenzione innovativa, dell’accesso al test HIV e ai trattamenti, del mantenimento in cura, della TasP (Treatment as Prevention) ovvero “Terapia come prevenzione”, della lotta allo stigma e alle discriminazioni.

Tra i principali obiettivi del Piano c’è quello di ampliare e facilitare l’accesso al test per incrementare i casi di HIV diagnosticati, fino a rendere consapevoli del proprio stato il 90% delle persone con HIV. Il risultato atteso è, dichiaratamente, quello di proteggere la salute dei singoli consentendo loro un accesso tempestivo alle cure, dimezzando il fenomeno delle diagnosi tardive e raggiungendo per oltre il 90% dei pazienti in trattamento la soppressione della carica virale. 

In quanto stato membro dell’Onu, infatti, l’Italia aderisce proprio agli obiettivi UNAIDS per la sconfitta del virus entro il 2030, che prevedono, tra l’altro, di rendere consapevoli del proprio stato sierologico il 90% delle persone con HIV.

Oggi invece, nel nostro paese, almeno una persona con HIV su 4 non conosce il proprio stato sierologico e circa la metà delle persone che hanno contratto il virus scopre molto tardi il proprio stato, fattore che pregiudica l’efficacia delle terapie e che può favorire la diffusione del Virus.

La riduzione degli ostacoli per l’accesso al test per l’HIV e la conseguente diagnosi precoce rappresentano l’unica possibilità per offrire adeguate cure al sieropositivo.

Numerosi nuovi casi di sieropositività potrebbero essere facilmente scongiurati, attraverso l’informazione e i comportamenti corretti: attività di prevenzione fondamentale, con programmi di educazione sanitaria della popolazione, rivolti ai giovani in particolare, garantiti nel tempo e costanti nella loro applicazione.

Lo stato deve dunque intervenire per assicurare il dovuto supporto, soprattutto psicologico, a chi ricorre al self-test anche sulla base dell’approccio “community based” indicato proprio dal Piano Nazionale già citato, nonché di ampliare e migliorare l’offerta del Test per l’HIV nelle strutture pubbliche eliminando le barriere che ne limitano l’accesso, a partire dal mancato rispetto dell’anonimato.

L’ultimo, e non per questo meno importante, anzi direi fondamentale è l’aspetto economico, infatti, come denunciato dalla Lila, l’ultima volta che il ministero ha messo in campo 15 milioni di euro, nel 2012, purtroppo le regioni li hanno usati per fare altro. E’ stato quindi chiesto l’intervento del presidente della Corte dei conti, che ha aperto una procedura che non si è ancora chiusa.

Infatti la criticità principale, nonostante la redazione e approvazione del Piano Nazionale, resta comunque quella delle risorse finanziarie necessarie a rendere le azioni proposte immediatamente attuabili. Al momento non è stato, infatti, annunciato dal governo nessuno stanziamento specifico a supporto di un piano che, nel medio termine, potrebbe portare a risultati molto positivi sia per la salute dei cittadini sia per i costi sociali e sanitari.

Ci auguriamo pertanto e chiediamo qui oggi che questo Governo si impegni a dare in tempi brevi piena attuazione al Piano Nazionale di Interventi contro HIV e AIDS, valido per il triennio 2017-2019, prevedendo a tal fine l’apposito stanziamento e la stabilizzazione, almeno per il prossimo triennio, di risorse finanziarie necessarie a rendere le azioni proposte immediatamente attuabili e darne puntuale notizia tramite report disponibili anche online sui siti web istituzionali, possibilmente suddivisi Regione per Regione per rendere immediatamente individuabili discrepanze e inefficienze.

Leggi la mozione Di Vita ed altri n. 1-00293

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