Annuncite governativa ci risiamo. Non un ‘piano’, ora per la disabilità serve un ‘codice’

Arriva un governo e lo chiama “piano d’azione”, ne arriva un altro e lo chiama “codice”. Oppure Bill of Rights.

Cambiano i nomi ma la sostanza è la stessa, si annuncia di voler “armonizzare” TUTTA la legislazione esistente in tema di disabilità sapendo che la probabilità di riuscirci è prossima allo zero, non tanto per questioni di volontà ma per ragioni pratiche, la disabilità infatti non rientra mai tra le priorità dell’agenda di un qualsivoglia governo e non basterebbe di certo una sola legislatura per farlo, pur con tutte le buone intenzioni.
Piuttosto quindi che lanciarsi in queste altisonanti promesse “Renzi style” (e abbiamo visto come gli è finita) la gente apprezzerebbe piccole cose concrete ma fatte bene finalmente, un passo alla volta e con costanza in una ottica costruttiva e soprattutto di lungo termine.

Ad esempio: vi ricordate il primo piano d’azione sulla disabilità? Lo scorso governo ne ha varato un altro, il secondo, senza aver portato a termine il primo (infatti molti punti sono rimasti gli stessi). C’è qualche senso in tutto ciò? No.

E allora perchè non finire ciò che si è iniziato (volete cambiargli nome per marcare l’operato del nuovo governo? Benissimo, fatelo pure)specie ciò che di buono è stato messo almeno nero su bianco, e poi andare avanti con le nuove iniziative?
Un buon padre di famiglia (famiglia e disabilità sono state messe assieme, no?) farebbe questo, perchè sa che non sfamerà i suoi figli cambiando nome al cibo che promette un giorno di portare in tavola.

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